L’oro scende a 4.084 dollari nonostante gli acquisti delle banche centrali

Il 22 ottobre il prezzo dell’oro è sceso dell’1,4%, a 4.084,25 dollari l’oncia, raggiungendo il livello più basso da oltre due mesi, nonostante la forte domanda stimata da parte delle banche centrali. Goldman Sachs stima che ad agosto le banche centrali abbiano acquistato 79 tonnellate d’oro, rispetto alle 44 tonnellate di luglio e a circa 4,6 volte la media mensile precedente al 2022. La Cina è stata il maggiore acquirente identificabile, con circa 25 tonnellate stimate. Il World Gold Council ha registrato acquisti netti inferiori, pari a 39 tonnellate, a causa delle differenze nei metodi di misurazione degli acquisti dichiarati e dell’attività stimata del settore ufficiale. L’aumento dei prezzi del petrolio ha rafforzato le aspettative che la Federal Reserve possa mantenere i tassi d’interesse elevati per contenere l’inflazione. Tassi più alti possono penalizzare l’oro, che non frutta interessi, e mettere sotto pressione anche i mercati sensibili al rischio. Gli operatori osservano la riunione della Fed del 27 e 28 ottobre alla ricerca di indicazioni sulle prospettive dei tassi. Il supporto tecnico dell’oro nel breve termine è intorno a 4.073 dollari, mentre la resistenza si trova vicino a 4.135 dollari. Goldman Sachs conferma la previsione di 4.900 dollari a fine anno, citando gli acquisti delle banche centrali e la possibile domanda degli investitori; tuttavia, l’articolo sottolinea che gli acquisti di lungo periodo non garantiscono una ripresa immediata dei prezzi. Per i trader di criptovalute, il segnale fondamentale riguarda le prospettive dei tassi e dell’inflazione: una politica più restrittiva può ridurre l’interesse per gli asset speculativi, mentre la persistente diversificazione delle riserve potrebbe sostenere nel lungo periodo la domanda di riserve di valore alternative.
Bearish
L’articolo parla di oro, non di criptovalute, quindi il suo effetto sul mercato cripto è indiretto. Il principale segnale a breve termine è che l’aumento dei prezzi del petrolio sta riaccendendo i timori di un’inflazione persistente e di tassi d’interesse elevati negli Stati Uniti. In passato, quando i mercati hanno rivisto le aspettative a favore di una politica più restrittiva della Federal Reserve, i rendimenti obbligazionari e il dollaro statunitense si sono spesso rafforzati, mentre Bitcoin e gli altri asset sensibili al rischio hanno subito pressioni, poiché i trader hanno ridotto l’esposizione alle posizioni speculative. Questo rende la notizia moderatamente ribassista per le criptovalute nel breve periodo, soprattutto se la Fed ribadisce una linea orientata a mantenere i tassi elevati più a lungo. L’effetto non è certo. Gli acquisti di oro da parte delle banche centrali indicano una continua diversificazione delle riserve e la preoccupazione per la dipendenza dalle valute tradizionali e dai titoli di Stato. Questa tendenza può contribuire, nel lungo periodo, a un maggiore interesse per riserve di valore alternative, compresi alcuni criptoasset, ma la domanda di oro non si traduce automaticamente in acquisti di criptovalute. I prezzi delle criptovalute continueranno a essere influenzati più direttamente dalle indicazioni della Fed, dai rendimenti obbligazionari, dal dollaro, dalla liquidità, dai flussi dei fondi e dal posizionamento del mercato. I trader dovrebbero quindi considerare il calo dell’oro e gli acquisti delle banche centrali come contesto macroeconomico, non come un segnale autonomo per fare trading sulle criptovalute.