L’oro scende sotto i 3.900 dollari mentre i timori sui tassi alimentano le vendite
Il 30 ottobre l’oro è sceso del 3,1%, a 3.897,09 dollari l’oncia, il livello più basso di un anno, nonostante una forte ondata di vendite sui mercati azionari globali. Il prezzo è in calo di circa il 30% rispetto al record di gennaio, pari a 5.595 dollari. L’argento ha perso il 6%, scendendo a circa 49 dollari, mentre anche il platino ha toccato un minimo plurimensile.
L’oro si è indebolito perché i dati sull’inflazione statunitense e l’aumento dei prezzi del petrolio alimentano le aspettative che la Federal Reserve mantenga i tassi d’interesse elevati o li aumenti nuovamente. Il greggio Brent è salito oltre i 117 dollari al barile, accrescendo i timori che i costi energetici possano mantenere alta l’inflazione. Tassi più elevati tendono a pesare sull’oro, che non offre rendimenti. Anche le vendite forzate da parte degli investitori in cerca di liquidità, a fronte delle perdite sui mercati azionari, potrebbero aver aggiunto pressione.
Gli operatori osservano i livelli di 3.850 e 3.800 dollari, quest’ultimo considerato una soglia psicologica, come possibili supporti. Un recupero sopra i 3.900 dollari e poi i 3.950 potrebbe migliorare le prospettive a breve termine; i 4.000 dollari rappresentano un’ulteriore resistenza. Gli acquisti delle banche centrali potrebbero sostenere l’oro nel lungo periodo, ma non hanno impedito il recente calo. Goldman Sachs ha abbassato a 4.650 dollari la sua previsione per la fine del 2026, avvertendo però che i prezzi attuali sono scesi sensibilmente al di sotto di tale stima.
Bearish
La notizia è moderatamente ribassista per le criptovalute nel breve termine, anche se non riporta direttamente i prezzi degli asset digitali. L’oro e altri asset sono sotto pressione perché gli operatori si aspettano una politica restrittiva da parte della Federal Reserve, mentre le perdite sui mercati azionari potrebbero indurre liquidazioni forzate per raccogliere liquidità. Queste condizioni possono pesare anche sulle criptovalute: tassi più elevati tendono a ridurre l’appetito per gli asset più rischiosi e le vendite dettate da esigenze di liquidità possono aumentare la volatilità sui mercati.
Episodi simili, caratterizzati da aspettative di rialzo dei tassi e da una diffusa avversione al rischio, hanno spesso spinto gli operatori a ridurre l’esposizione sia ai titoli tecnologici sia alle criptovalute, anche se la relazione non è costante. Se gli investitori continueranno a privilegiare la liquidità e i rendimenti dei titoli di Stato a breve termine, Bitcoin e gli altri criptoasset potrebbero subire pressioni di vendita. Al contrario, una svolta verso una politica monetaria più accomodante o un’attenuazione dei timori per l’inflazione potrebbe migliorare il sentiment sia per l’oro sia per le criptovalute.
L’impatto di lungo periodo è meno chiaro. Gli acquisti di oro da parte delle banche centrali e le persistenti preoccupazioni per l’inflazione potrebbero sostenere la domanda di riserve di valore alternative, ma il calo attuale dell’oro dimostra che questi temi non garantiscono guadagni nel breve termine. Gli operatori crypto dovrebbero monitorare le aspettative sui tassi della Fed, i dati sull’inflazione e sul petrolio, la liquidità dei mercati azionari e l’eventuale propagarsi delle vendite forzate agli asset digitali. L’articolo non offre prove dirette di flussi specifici legati alle criptovalute; la valutazione ribassista si basa quindi su rischi macroeconomici e di liquidità più ampi.