L’inflazione dei prezzi alla produzione negli USA balza, alimentando i timori sui tassi e su Bitcoin
L’inflazione dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI) degli Stati Uniti ha accelerato a settembre: i prezzi della domanda finale sono aumentati dell’1,3% su base mensile e del 6,3% su base annua, rispetto al 5,6% rivisto di agosto e al di sopra del 5,4% previsto. Il PPI di fondo è salito dello 0,7% mensile e del 5,0% annuo, superando anch’esso le attese. I prezzi dell’energia hanno trainato gran parte dell’aumento: quelli dell’energia per i produttori sono cresciuti del 10,8%, mentre la benzina è rincarata del 20,3%.
Il dato del PPI, più caldo del previsto, è arrivato dopo un rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) più forte delle attese, riaccendendo i timori che un’inflazione persistente possa limitare i tagli dei tassi della Federal Reserve o indurre ulteriori strette. I mercati stimavano intorno al 29% la probabilità di un rialzo dei tassi a ottobre, anche se l’ipotesi più probabile restava quella di tassi invariati.
Bitcoin era scambiato intorno agli 80.700 dollari, dopo essere sceso fino a circa 80.247 dollari. Tassi di interesse più elevati possono favorire gli asset che generano rendimento rispetto agli investimenti speculativi, mettendo sotto pressione Bitcoin e altre cripto-attività sensibili alla liquidità. Anche i futures sul Nasdaq-100 hanno perso circa l’1,3%, evidenziando la debolezza più ampia degli asset rischiosi. La sorpresa del PPI ha accresciuto la possibilità di condizioni finanziarie più restrittive e di una volatilità persistente nei mercati delle criptovalute e in quelli tradizionali.
Bearish
Le notizie sono ribassiste per Bitcoin nel breve termine, perché dati dell’IPP e dell’IPC superiori alle attese potrebbero ridurre la probabilità di tagli dei tassi e mantenere al centro dell’attenzione la possibilità di un ulteriore inasprimento da parte della Federal Reserve. Tassi più alti rendono generalmente più interessanti gli asset che generano rendimento e possono inasprire le condizioni finanziarie, riducendo la domanda di asset rischiosi sensibili alla liquidità, come Bitcoin. La discesa di Bitcoin a circa 80.247 dollari e la debolezza dei futures sul Nasdaq-100 sono coerenti con una più ampia reazione di avversione al rischio, anche se non dimostrano che i dati sull’inflazione siano stati l’unica causa dei movimenti.
Nel più lungo periodo, l’impatto dipende dal fatto che l’inflazione rimanga persistente e da come reagisca la Fed. Se l’inflazione rallenta e la Fed mantiene o taglia i tassi, la pressione su Bitcoin potrebbe attenuarsi. Se la crescita dei prezzi resta elevata e la politica monetaria rimane restrittiva, una liquidità più limitata potrebbe ridurre la partecipazione al mercato delle criptovalute e contribuire alla volatilità. È probabile che gli operatori monitorino i successivi dati sull’inflazione, le indicazioni della Fed, le aspettative sui tassi e la capacità di Bitcoin di mantenersi su livelli di prezzo chiave; la probabilità del 29% riportata per un rialzo a ottobre indica un rischio scontato dal mercato, non una certezza.